Oltre la burocrazia: nuovi pilastri per una cooperazione che funzioni davvero
«La prossima conferenza nazionale sulla cooperazione allo sviluppo rischia di essere solo un rito», scrive il presidente di Link 2007 Sandro De Luca. «Invece», aggiunge, «deve rappresentare un passaggio decisivo per ridefinire ruolo, qualità e direzione della cooperazione italiana allo sviluppo. Per questo come associazioni di ong abbiamo realizzato una serie di proposte operative per rendere la cooperazione italiana più efficace, coerente e all’altezza delle sfide globali»

28/04/2026
Articolo del Presidente Sandro De Luca, pubblicato su VITA NON PROFIT QUI
Gli attori del sistema italiano di cooperazione internazionale si ritroveranno fra il 26 e il 27 maggio prossimo in occasione di Coopera 2026 – la Conferenza nazionale sulla cooperazione allo sviluppo prevista dalla Legge 125/2014. C’è un rischio concreto che accompagna ogni grande appuntamento istituzionale: quello di trasformarsi in un rito. Anche Coopera corre questo rischio: scivolare in una dimensione formale, fatta di enunciazioni condivisibili ma prive di conseguenze reali. Eppure il contesto attuale non consente neutralità né inerzie.
Coopera 2026 deve rappresentare un passaggio decisivo per ridefinire ruolo, qualità e direzione della cooperazione italiana allo sviluppo. Non può limitarsi a un adempimento formale: deve diventare un punto di svolta, politico e operativo. In un contesto segnato da instabilità crescente, conflitti e competizione geopolitica, la cooperazione torna infatti al centro non come ambito tecnico, ma come leva della politica estera e della credibilità internazionale del Paese.
L’Italia dispone di una base solida: una legge avanzata (125/2014), un sistema ricco di attori e competenze, una tradizione riconosciuta. Più recentemente, il Documento Triennale 2024–2026 e il Piano Mattei hanno contribuito a rilanciare il tema, riportandolo al centro delle relazioni con aree strategiche, a partire dall’Africa. Eppure, questa base non è più sufficiente. Persistono criticità strutturali che incidono direttamente sull’efficacia dell’azione: una coerenza strategica ancora debole, la frammentazione degli interventi, l’integrazione limitata tra strumenti, l’eccesso di procedure e la difficoltà di valorizzare pienamente tutti i soggetti del sistema. A questo si aggiunge il rischio di partenariati più dichiarati che effettivi. Il risultato è una distanza evidente tra ambizione e impatto. È a partire da questa consapevolezza che si colloca la proposta elaborata da Link 2007, sintetizzata qui e sviluppata in un documento tecnico più ampio disponibile qui. Dove proviamo ad entrare nel merito di proposte operative per rendere la cooperazione italiana più efficace, coerente e all’altezza delle sfide globali.
Dalla dispersione alla strategia
La sfida del prossimo triennio è chiara: passare da una cooperazione spesso dispersiva e procedurale a una cooperazione più strategica, più integrata e orientata ai risultati. Questo implica innanzitutto una scelta di direzione politica. In un contesto internazionale in cui le relazioni tra Paesi tendono sempre più a essere guidate da logiche di forza e convenienza immediata, il rischio è quello di un progressivo indebolimento del diritto internazionale e delle regole condivise. È quindi la politica che deve definire priorità, limiti e responsabilità dell’azione pubblica, evitando derive di breve periodo. Dotarsi di una strategia triennale chiara, tempestiva, realistica e vincolante diventa condizione essenziale: poche priorità, obiettivi misurabili, responsabilità definite. Senza questo ancoraggio, la frammentazione è destinata a riprodursi.
Il nodo degli strumenti: allineare procedure e realtà operative
Se la direzione strategica è indispensabile, è però sugli strumenti che si misura la reale possibilità di cambiamento. Oggi lo scarto tra le ambizioni dichiarate e la capacità operativa è alimentato anche da un impianto procedurale che non è più adeguato alle sfide. La cooperazione si confronta con contesti fragili, crisi prolungate, bisogni complessi che richiedono continuità, adattamento e integrazione tra interventi. A fronte di ciò, persistono meccanismi amministrativi rigidi, tempi lunghi, strumenti finanziari poco flessibili. Un intervento per migliorare alcuni dei pacchetti procedurali esistenti è in corso, ma in futuro non potrà limitarsi a interventi tecnici marginali: è una condizione abilitante per qualsiasi riforma sostanziale dei meccanismi operativi della cooperazione. L’eccesso di procedure non è solo un problema di efficienza: incide sulla qualità stessa dell’azione. Ostacola la costruzione di programmi di medio-lungo periodo, frammenta gli interventi, limita la capacità di reagire ai cambiamenti nei contesti locali. In molti casi, i sistemi di rendicontazione finiscono per privilegiare la conformità formale rispetto alla generazione di risultati. Semplificare radicalmente strumenti e procedure,come indicato nella proposta, non significa ridurre trasparenza e controllo. Significa piuttosto ripensarli, per renderli coerenti con l’obiettivo di una cooperazione più efficace. Vuol dire investire su programmazione pluriennale, su meccanismi più flessibili, su modelli di gestione capaci di coniugare responsabilità e adattabilità. È una riforma abilitante: senza questo passaggio, anche le migliori strategie rischiano di restare sulla carta.
Partenariati, sistema multi-attore e governance
Un analogo salto di qualità è richiesto sul terreno dei partenariati. Costruire relazioni paritarie fondate su coprogettazione e ownership condivisa non è più un’opzione, ma una condizione di efficacia. Senza questo, il rischio è perpetuare dinamiche asimmetriche e ridurre l’impatto degli interventi. In questo quadro, il sistema multi-attore italiano rappresenta una risorsa strategica ancora non pienamente valorizzata. Società civile, enti territoriali, università, imprese e diaspore devono essere messi nelle condizioni di contribuire in modo integrato, dentro un quadro di governance più chiaro, con ruoli e responsabilità definiti e un coordinamento rafforzato. “Fare sistema” non significa uniformare, ma mettere in relazione competenze diverse all’interno di una visione condivisa.
Integrare risorse, mantenere la rotta
La crescente integrazione tra cooperazione, interessi economici e dimensione geopolitica – evidente anche a livello europeo – rende ancora più urgente chiarire criteri e priorità. L’apporto del settore privato può essere rilevante, ma deve rimanere coerente con l’obiettivo centrale: la riduzione delle disuguaglianze, il sostegno ai Paesi più fragili, la promozione di uno sviluppo sostenibile e inclusivo. In questo equilibrio, la cooperazione a dono continua a svolgere un ruolo insostituibile. Misurare l’impatto, non solo la spesa. Un ultimo passaggio riguarda i criteri di valutazione. Spostare l’attenzione dalla spesa ai risultati e all’impatto – sociale, economico, ambientale – è parte integrante del cambio di paradigma richiesto. Non si tratta solo di migliorare gli strumenti tecnici, ma di ridefinire ciò che si considera successo.
Un’opportunità da non perdere
Coopera 2026 può tradurre queste indicazioni in orientamenti operativi chiari e verificabili. Può segnare il passaggio verso una cooperazione più semplice, più strategica, più capace di incidere. Ma questo esito non è scontato. Dipende dalla capacità di assumere scelte coerenti: concentrare le risorse, rafforzare la governance, integrare gli strumenti, semplificare davvero, misurare l’impatto. In ultima analisi, dipende dal riconoscere fino in fondo che la cooperazione allo sviluppo è, prima di tutto, una questione politica: una componente qualificante della politica estera e uno strumento credibile di solidarietà, sviluppo condiviso e relazioni paritarie tra i popoli.
Foto di VITA Società Editoriale
Leggi il documento intero: LINK2007-Verso-COOPERA-2026.pdf
